Psicologia e trauma

di Dott. Giovanni Ruggiero · 20 Luglio 2020

Oggi voglio approfondire un argomento che per sua natura, è sempre molto molto delicato.

Come avrai capito dal titolo, parlerò di trauma.

Trauma. Senti come suona la parola “trauma”? A me da sempre l’impressione di qualcosa che si rompe, una specie di rumore sordo.

I traumi sono tanti e di vari tipi. Probabilmente un evento traumatico, visto da un ortopedico, ha a che fare con qualche osso che si è più o meno rotto, se parli con me, chiaramente, non parliamo di ossa. C’è sempre qualcosa che si rompe, ma si rompe ad un livello diverso, più intimo e profondo.

Che cos’è un trauma psicologico? Credo ci siano buone possibilità che quello che stai per leggere, non farà altro che dare un nome e una descrizione più o meno scientifica, di qualcosa che già conosci.

Un trauma psicologico è qualcosa che quando accade lascia un profondo segno nell’anima, sia esso collocato nel periodo dell’infanzia, sia accaduto un mese fa.

E come te ne accorgi? Beh te ne accorgi perché alcuni eventi, hanno la capacità di rimanere nella memoria e sono associati ad emozioni spiacevoli, pensieri e sensazioni fisiche disturbanti che hanno caratterizzato quel particolare momento e continuano a creare disagio ancora nel presente.

Ma qualcosa accaduta qualche anno fa, può ancora produrre malessere oggi? La risposta è si. E non solo: incontro e lavoro con tante persone che hanno strascichi e conseguenze fisiche, connesse ad avvenimenti accaduti decine di anni fa. Non dipende da te, non è colpa tua, tanto per capirci. Non è una questione di volontà o incapacità di superare l’accaduto e non è assolutamente connessa alla debolezza: devi sapere che semplicemente, funzioniamo cosi.

Faccio un esempio. Se hai mai parlato con qualcuno che ha avuto un incidente più o meno grave, o se sei stato tu stesso coinvolto in prima persona, potresti accorgerti che l’incidente in questione, può creare una serie di comportamenti e improvvisi malesseri che risultano, spesso, altamente disturbanti, ad esempio una persona evita quella strada, oppure quel genere di strade (immagina qualcuno che abbia subito un incidente su un ponte, una delle possibilità sarà quella di non guidare più sui ponti), oppure potresti accorgerti che davanti al rumore improvviso di pneumatici che stridono sull’asfalto, una delle reazioni possibili, sia una specie di irrigidimento, presi al terrore, oppure se l’incidente è accaduto a causa di un mezzo di colore bianco, potresti notare che ogni volta che c’è qualcosa di bianco che si muove sembra scatenarsi un improvviso panico. Ecco. Questo esempio serve ad evidenziare che l’incidente è ancora presente e mostra ancora tutta la sua forza terrorizzante. Non è passato, non è elaborato, non è digerito. È come se determinati tipi di segnali, ravvivassero come benzina sul fuoco, il ricordo del momento, costringendo la persona coinvolta a comportarsi come se lo stesse rivivendo.

Si chiama Disturbo Post Traumatico da Stress.

Questo è valido per eventi che si definiscono “recenti”. Ma la stessa identica cosa, vale per eventi lontani nel tempo, accaduti nel periodo dell’infanzia. Esperienze come lutti, abbandoni, il fatto di assistere ad episodi di violenza, creano delle tracce e queste tracce mnesiche, ovvero connesse alla memoria, si associano idee negative su se stessi, che rimangono e tendono a fornire una sorta di binario, dal quale, in maniera inconsapevole, si cammina senza la possibilità di uscire.

Idee come “sono in pericolo”, “non sono degno di amore”, “non valgo nulla”, rappresentano solo alcune delle convinzioni negative che posso venire a crearsi come risposta ad un evento traumatico, o ad una serie di eventi traumatici.

Si dice di solito, che il tempo lenisce le ferite: ecco, non vorrei deluderti ma quando questi eventi, che a ragione si definiscono traumatici, non vengono adeguatamente rielaborati, il trascorrere degli anni non solo non li scalfisce, ma non fa altro che “congelarne” il ricordo nel cervello, generando reazioni automatiche di sofferenza e disagio. Quello che succede, è che dopo molti anni, le persone continuano a provare la stessa rabbia, tristezza o colpa, oppure lo stesso identico dolore o rancore, come se il tempo non fosse mai passato.

Come si interviene allora sul trauma? C’è una metodologia psicoterapeutica che funziona molto bene e si chiama EMDR.

L’acronimo EMDR sta per Eye Movements Desensitization and Reprocessing, ovvero Desensibilizzazione e Riprocessamento attraverso i Movimenti Oculari. In sintesi, l’EMDR consiste nell’indurre dei movimenti oculari con delle stimolazioni visive, uditive e tattili da destra a sinistra per trattare tutti quei disturbi legati ad esperienze traumatiche dal punto di vista emotivo.

I movimenti oculari saccadici (destra/sinistra) e ritmici usati con l’immagine traumatica, con le convinzioni negative ad essa legate e con il disagio emotivo facilitano la rielaborazione dell’informazione fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi.

Dopo alcune sedute di EMDR, tutti i ricordi disturbanti legati ad un particolare evento traumatico, perdono, stimolazione dopo stimolazione, la loro carica emotiva negativa che è alla base del dolore che si prova nel presente, con conseguente beneficio per chi lo sperimenta. Posso affermare che viene a mancare quella rabbia, quella paura che è stata sempre collegata all’evento.

Con l’EMDR, si riesce a rielaborare con successo ed in tempi relativamente brevi, l’esperienza traumatica e stressante, in modo che essa non sia più fonte di fastidio o disagio nel presente. Si elabora un’esperienza del passato, e la si lascia una volta per tutte, NEL passato.

Vedila un po’come un riemergere e riuscire finalmente respirare.

Dott. Giovanni Ruggiero

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